Israele potrà mai fidarsi dell’Europa?

Israele potrà mai fidarsi dell’Europa?

Vittorio Dan Segre è nato nel 1922 in una famiglia ebrea assimilata, dove era cresciuto nella fattoria dei nonni materni. Suo padre era stato il più giovane Sindaco d’Italia nel piccolo comune di Govone. Nel 1938, quando Mussolini promulgò le leggi razziali, Segre era emigrato nella Palestina britannica, senza alcuna conoscenza del Sionismo. Questo periodo della sua vita è descritto nella prima parte della sua autobiografia: “Storia di un ebreo fortunato”, tradotto in nove lingue. (E’ appena uscita per i tipi di Bollati Boringhieri, la seconda parte della sua autobiografia: “Storia dell’ebreo che volle essere eroe” NdT).

Durante la Seconda Guerra Mondiale si era arruolato nell’esercito inglese, e più tardi divenne ufficiale paracadutista nella Guerra d’Indipendenza d’Israele. Subito dopo è stato addetto culturale e responsabile della stampa nella nuova ambasciata d’Israele a Parigi. Nel 1952 aveva conseguito la laurea in Legge presso l’Università di Torino. A Parigi aveva studiato Scienze Politiche nell’omonima facoltà e Lingue Orientali alla Sorbona. Ebbe diversi incarichi presso il Ministero degli Esteri israeliano fino al 1967, quando accettò una borsa di studio di ricercatore nel Corso di Studi Mediorientali al St. Antony’s College di Oxford. Dal 1967 al 1969 è stato Professore di Storia Comparata al MIT di Boston. Nel 1972 era diventato Professore Ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Haifa. Più tardi è succeduto in cattedra a Reuben Hecht, docente di Storia del Sionismo. Nel 1986 andò in pensione e continuò a insegnare come Visiting Professor alla Stanford University per diversi anni. Ha scritto numerosi libri in campi diversi, tra cui la biografia di un generale dell’esercito italiano, Amedeo Guillet. Tra le altre opere di Dan Segre ricordiamo: “Israele, una società in transizione” (1970), “The High Road and the Low, cooperazione tecnica e sviluppo in Africa” (1974) e “Israele e il Sionismo, una crisi di identità” (1980). Insieme con la sua attività di docente Segre è stato sempre un giornalista impegnato. Fu per molti anni il corrispondente da Israele perLe Figaro e il Corriere della Sera. Nel 1974 fu co-fondatore con Indro Montanelli del quotidiano italiano Il Giornale.

“Per comprendere come le future relazioni tra Europa e Israele possano svilupparsi in modo più armonioso”, dice Segre, “io preferisco studiare il modo in cui i percorsi dell’Europa e degli ebrei si sono incrociati in passato”. La posizione europea nei confronti di Israele è cambiata notevolmente, nel corso degli ultimi decenni. Dopo che Israele divenne indipendente, nel 1948, spiega Segre, molti europei erano entusiasti, perché vedevano in ciò la realizzazione di uno Stato ideale: era come un replay della rivolta americana contro la Gran Bretagna, che aveva condotto all’indipendenza degli Stati Uniti. La seconda ragione, non meno importante, della buona disposizione originaria degli europei nei confronti di Israele, derivava dallo shock della Shoah. Allora, perché quest’atteggiamento è cambiato?

Segre intravede quattro motivi. Il sogno dello Stato ideale, utopistico fin dall’inizio, doveva per forza crollare: Israele rifiutò di essere l’unico Stato vegetariano in un mondo di predatori. A questo si aggiunse l’improvvisa impennata della ricchezza araba, conseguente al modo inetto in cui l’Occidente aveva gestito la crisi petrolifera del 1973. Un terzo fattore fu la confluenza della propaganda araba e di quella comunista contro il sionismo. Un quarto fattore è rappresentato dagli stretti legami di Israele con gli Stati Uniti o, usando il linguaggio della propaganda di sinistra, con l’imperialismo americano. Per Segre, il filo conduttore che attraversa gli atteggiamenti europei verso gli ebrei – e oggi nei confronti di Israele – sta nei pregiudizi storici di lunga data, accompagnati da complessi e frustrazioni. “L’antisemitismo non è scomparso” dice. Al contrario, Segre afferma che è stato dilatato per potervi includere l’anti-sionismo.

Nell’Unione Europea, non così unita, di oggi, Segre vede una versione moderna del Sacro Romano Impero, in cui gli ebrei sono stati sempre degli estranei: all’inizio perché erano diversi ma non pagani, e più tardi perché non erano cristiani. Questa percezione europea degli ebrei in quanto estranei, ha assunto forme diverse: di traditori che avevano aperto la porta della Spagna ai musulmani; di untori della peste nel 14° secolo; di “collaborazionisti” con i Turchi che minacciavano di assediare la città italiana di Ancona, volendo aiutare la comunità ebraica che vi risiedeva; di schiavisti africani per Voltaire; di pericolosi agenti sovversivi per Napoleone; di borghesi liberali, comunisti e capitalisti; e “solo dei batteri” che diffondono la contaminazione sociale e razziale, per i nazisti e i loro seguaci. Per molti europei, ancora oggi, gli ebrei rimangono degli alieni.

Oggi, essere ebreo in America, è un modo per legittimarsi come americano, anche se per la maggioranza spesso non è sufficiente. Per gli europei, la percezione dell’ebreo è rimasta quella di uno straniero, in particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo la creazione dello Stato d’Israele. Segre sostiene che lo stereotipo storico predominante dell’ebreo, agli occhi dell’europeo di oggi, è basato sull’antisemitismo, termine coniato nel 1874 da Wilhelm Marr, giornalista e parlamentare tedesco. Questo atteggiamento europeo ha profonde motivazioni. Gli ebrei in molte occasioni sono stati la cartina al tornasole del fallimento delle idee e degli ideali europei. Il caso Dreyfus, conclusosi con la condanna dell’innocente ufficiale francese semplicemente perché era ebreo, rappresenta il simbolo e la dimostrazione del fallimento dell’Illuminismo europeo. Segre afferma che gli ebrei simboleggiano anche il fallimento della sinistra europea, perché hanno dimostrato le contraddizioni intrinseche alla sua ideologia, tra le idee e la loro messa in pratica. Secondo alcuni dei precursori della sinistra europea del 19 ° secolo, tra cui ad esempio i francesi Proudhon e Fourier, l’ebreo e il banchiere sono sinonimi. Secondo un sillogismo popolare, siccome l’ebreo ha il denaro e il denaro domina il mondo, ne consegue che l’ebreo domina il mondo. Nella prima versione di Das Kapital, che è stata poi cambiata dopo la sua morte, Marx aveva scritto: “Tutta la merce non è altro che denaro con il segno circonciso dagli ebrei”.

La Seconda Internazionale e Lenin avevano ufficialmente respinto l’antisemitismo, ma non era bastato per cambiare il grado e il tipo di pregiudizi contro gli ebrei tra i militanti comunisti, come dimostra, per esempio, il processo Slansky in Cecoslovacchia nel 1952 e il “complotto dei medici” ordito da Stalin nel 1953. Segre non ha alcun dubbio che l’antisemitismo marxista abbia avuto un profondo impatto sulla sinistra europea. “Accettò totalmente il principio che i popoli del Terzo Mondo erano per definizione dei proletari, mentre Israele era un tirapiedi degli USA imperialisti”. “Il comunismo, che aveva sostenuto di essersi immunizzato contro l’antisemitismo, non ha mai levato la sua voce contro la delegittimazione di Israele come Stato, da parte della Carta Nazionale Palestinese.” Anzi, ha fatto di peggio, osserva Segre, quando ha puntato l’intero arsenale di armi dell’anti-semitismo contro il sionismo. “Così, ha accolto il principio, a torto attribuito a Hegel, che quando i fatti non vanno di pari passo con l’ideologia, devono essere eliminati.”

La sinistra e i suoi oppositori avevano, ciascuno, stereotipi contrastanti: da un lato quello di ricchi giudei, dall’altra quello di anarchici sovversivi, di deicidi e di cospiratori su scala mondiale. Per quanto riguarda il nazionalismo europeo, Segre dice che gli ebrei ne sono stati i promotori e le vittime. Chi abbia familiarità con la storia italiana moderna, è colpito dal fatto che tra il 1835 e il 1870 gli ebrei hanno partecipato al Risorgimento italiano – la lotta per l’unità d’Italia – con una presenza notevole, nonostante il loro numero esiguo. Coloro che confermano, anche senza averne colpa, il fallimento delle idee altrui, sono raramente apprezzati da quelli che sono stati responsabili della rotture del loro giocattolo ideologico. Secondo Segre, Israele non ha fatto altro che assumersi il ruolo tradizionale dell’ebreo, quello della cavia che svela i fallimenti delle ideologie europee. Israele ha effettivamente a che fare con molti problemi che l’Europa ha difficoltà ad affrontare, figuriamoci a risolverli. Così, per esempio, Israele sta affrontando la sfida dell’integrazione degli immigrati con discreto successo. In proporzione, ha assorbito più immigrati dal Terzo Mondo in una società di tipo occidentale rispetto a qualsiasi altro Paese. L’Europa ha tanta esperienza, buona e cattiva, nel trattare con gli immigrati, fa notare Segre, ma le manca un approccio adeguato per l’integrazione dei non-europei. Per molti europei è inconsciamente difficile accettare che Israele stia affrontando in modo realistico il ritorno del “sacro” in politica, nella lotta in corso tra teocrazia e democrazia. Questa è una questione di vitale importanza per la società globale contemporanea.

L’elemento del “sacro”, che la Rivoluzione francese aveva espulso dalla politica europea, sta riemergendo con violenza in vari modi, in Europa. Ne è un esempio la Bosnia, che faceva parte di uno Stato sovrano nazionale, e che ora è invece diviso in enclaves religiose. Segre prevede che a breve, seguiranno altri esempi del genere. In quest’ottica, Israele è l’unico Paese del Medio Oriente nel quale, finora, democrazia e teocrazia sono coesistite, senza conflitti violenti. Eppure pare che per gli europei sia difficile apprezzare il valore universale di un’esperienza, che nessun altro Paese in via di sviluppo è stato in grado di realizzare pacificamente. “Ancora peggio”, aggiunge Segre, “Israele ha dimostrato nei 45 anni della sua storia, come un Paese sottosviluppato possa modernizzarsi, mentre molte delle ex colonie europee sono al collasso. Questo è un altro motivo d’irritazione per i leader europei, anche se non è mai stato detto esplicitamente ”. Durante i suoi primi anni d’indipendenza, Israele incarnava l’unico Stato socialista messianico realizzato nella storia, basato sulla solidarietà e sul volontariato, dice Segre. Ci sono molti esempi nella storia europea in cui, i tentativi di fondare una simile forma di Stato sono falliti. Per esempio, quello della Baviera e dell’Ungheria dopo la Prima Guerra Mondiale, e il regime repubblicano in Spagna.

“Non puoi essere gradito ai leader della sinistra europea, mentre gli sbatti loro in faccia i tuoi successi nei settori in cui loro hanno miseramente fallito”, dice con una nota d’ironia. “Israele potrebbe anche risolvere un altro dei maggiori problemi che gli europei stanno affrontando: la crisi tra Stato e Nazione. La Nazione Italiana oggi sta incontrando delle difficoltà nell’affermarsi come Stato. I Paesi Baschi non vogliono far parte della Nazione Spagnola. Stiamo assistendo a una ripartizione permanente della Nazione Belga. Il Regno Unito è in procinto di diventare disunito. Il peggiore esempio è la disintegrazione della Jugoslavia, dice Segre, soprattutto considerando che la Comunità Europea ha incoraggiato il suo dissolvimento.” “Mentre la maggior parte dei Paesi Europei non è in grado di risolvere questo problema, in Israele lo Stato ha creato una Nazione da ciò che era ancora una società fatta di tribù ebraiche”, dice Segre. “Queste tribù, nonostante quello che molti amano credere, hanno poco in comune in termini di lingua o di esperienza storica. Persino la loro lingua, l’ebraico, agli inizi era come l’Esperanto”. “Eppure, queste tribù hanno creato uno Stato che molto probabilmente ha realizzato la Nazione Israeliana. Paradossalmente, gran parte del merito va agli arabi. Hanno costretto la società israeliana a rimanere unita di fronte alle ostilità. Altre società hanno sperimentato pressioni esterne, ma non sono state in grado di tradurre questo in un’unità interna creativa. Un esempio calzante è il caso degli Stati europei di fronte al pericolo sovietico. Se Israele non è un esempio miracoloso, è a dir poco spettacolare.

”Per rendere le cose peggiori agli occhi degli europei, dice Segre, Israele è un moderno Stato vittorioso, mentre nella Seconda Guerra Mondiale loro sarebbero stati sconfitti da un’ideologia di morte, se non fosse stato per gli sforzi militari di due nazioni che loro, penso ad alcuni Paesi europei, considerano piuttosto incivili – gli americani e i russi. Gli storici europei moderni hanno cominciato a rendersi conto che le due guerre mondiali in realtà sono state guerre europee, che gli europei hanno poi esteso al resto del mondo. Secondo un certo tipo di determinismo storico europeo, uno Stato come Israele, creato dal Sionismo, l’unico movimento nazionalista da sempre bollato dalle Nazioni Unite come razzista, dovrebbe perdere le guerre contro gli arabi del Terzo Mondo, esattamente come gli europei hanno perduto le loro colonie. Nessuna potenza occidentale è mai stata in grado di resistere a guerre di liberazione, come sembrano dimostrare gli esempi di indiani, indonesiani, algerini e vietnamiti. Nel caso di Israele, molti europei – ovviamente non tutti – che partono con una così falsa premessa, ossia che dovrebbe essere sconfitta, sono molto delusi quando si rendono conto che la loro previsione non è realizzabile. La sottomissione degli europei davanti agli arabi – e alla loro ricchezza petrolifera – negli anni ‘70 e ’80 – li aveva resi ciechi rispetto ai pericoli del terrorismo, principalmente di origine araba. Nonostante i fatti, Israele è stato accusato di molti dei grandi problemi dell’Occidente. Le Nazioni Unite, in una delle loro numerose perverse dichiarazioni, hanno dichiarato che Israele è il principale pericolo per la pace mondiale e che il conflitto in Medio Oriente è il più grave della fine del secolo, racconta Segre. Israele fu perfino accusato dai suoi avversari occidentali della penetrazione russa in Medio Oriente e dell’aumento dell’influenza cinese in Africa, come risposta al successo delle politiche di cooperazione internazionale dello Stato ebraico. “Oggi però, il castello di carta costruito sulle varie menzogne di europei, arabi, comunisti e delle Nazioni Unite, è crollato in modo imbarazzante, evidenziando un paradosso”, dice Segre.

“Israele, che è stato accusato di minacciare la pace, è lì, tutti lo possono vedere, uno dei più importanti alleati nella lotta mondiale contro il terrorismo islamico, una democrazia pluralista circondata da regimi autoritari, non democratici, violenti.” “La questione palestinese mette certamente a dura prova i valori morali e politici di Israele”, dice Segre. “Ha provocato molte distorsioni all’etica ebraica e al comportamento democratico, motivi per cui Israele merita le critiche di entrambi, di alleati e avversari; ma questo non giustifica quei critici che pretendono che Israele si comporti come una democrazia in tempo di pace e non, come si dà il caso che sia, una democrazia occidentale in guerra. Inoltre, la politica estera europea è tutt’altro che etica, e non s’ispira a principi democratici squisitamente progressisti.” “Una prova concreta del fatto che gli europei non abbiano imparato molto dal passato, sottolinea Segre, sono i loro rapporti commerciali con l’Iran. Potrebbero facilmente far ragionare gli iraniani tagliando gli acquisti del loro petrolio, e così facendo dar man forte ai loro alleati arabi, ma gli europei non ci hanno neanche provato.”

Quando si chiede a Segre dove ci condurrà tutto questo, lui risponde: “Secondo un antico detto ebraico, da quando il Tempio è stato distrutto, la profezia è riservata solo ai bambini e ai matti. Io non sono un bambino e non voglio passare per matto. Non posso fare profezie. Posso solo farvi notare delle tendenze, che possono realizzarsi o no.” Di queste, ne identifica tre. La prima è geografica. Israele è l’unico Stato moderno, diciamo a metà strada, tra Washington e Pechino, il che ha molte implicazioni e crea molteplici opportunità. “Fino a poco tempo fa, quando è stato lanciato un nuovo satellite, una fabbrica di TV satellitari con sede a Herzliya, riforniva tutte le emittenti televisive del mondo delle videoregistrazioni dalle stazioni dell’Asia Centrale,” dice. “Ora, in seguito ai cambiamenti politici avvenuti in Europa orientale, si è aperta per Israele una sorta di nuova Via della seta, verso l’India e la Cina. ” Un risultato paradossale del boicottaggio arabo è stato che Tokyo e Città del Messico sono più vicine a Gerusalemme che a Damasco e Il Cairo, almeno in termini economici. Segre osserva che il boicottaggio è costato a Israele miliardi di dollari, ma questo l’ha anche costretta a diversificare la sua produzione e ad entrare in competizione sul mercato, mentre le economie arabe sono rimaste in genere legate all’agricoltura o al petrolio. Oggi, dice, le economie di Israele e dei Paesi Arabi non sono complementari. Una possibile conseguenza benefica degli accordi tra Israele e l’OLP potrebbe essere quella di aumentare l’attuale basso flusso di scambi commerciali, di manodopera e tecnologia tra Israele e i Paesi Arabi. Anche se un mercato comune in Medio Oriente non può nascere domani, dice Segre, il crollo delle barriere economiche tra Israele e gli arabi potrebbe rivelarsi un fattore stimolante per entrambi. La seconda direzione individuata da Segre è di natura politica. “Ci putrà essere o no la pace. Se la pace arriva, non sarà un processo lungo. Avrà risultati rapidi, esplosivi. Molte aziende straniere apriranno filiali in Israele, che rapidamente diventerà un centro d’affari a livello internazionale.”

Ma Segre vede anche motivi di cautela. Cita l’eroe del suo ultimo libro: “Un ambasciatore italiano, Amedeo Guillet, il Lawrence d’Arabia italiano, mi aveva detto più di 40 anni fa, che gli arabi sono un corpo senza testa e che gli ebrei sono una testa senza corpo. Il problema è come metterli insieme. Guillet ha ragione anche oggi. Arabi e israeliani sono complementari in molti campi. L’unione delle loro forze non metterebbe l’uno sotto il controllo dell’altro, ma entrambi ne avrebbero beneficio.” “Basti pensare ai palestinesi. Hanno due insegnanti di Scienze per ogni posto vacante nelle loro scuole, mentre Israele è a corto di questi insegnanti in questa materia”. “Nell’ambito di una vera collaborazione, dobbiamo stare attenti a non identificarci con una nuova Repubblica di Venezia, lo Stato italiano che per molti secoli è stato interessato al solo commercio. Il denaro non è l’unica cosa che conti. Israele non dovrebbe operare in Medio Oriente con un atteggiamento europeo. Piuttosto, dovrebbe vedere se stesso come parte integrante del Medio Oriente, e come un ponte neutrale tra i Paesi.” Queste due tendenze al momento combaciano, alla luce del fatto che l’apertura di nuovi mercati in Europa orientale e in Asia diminuisce la dipendenza di Israele dall’Europa. In passato, osserva Segre, la Comunità Economica Europea aveva rilasciato molte dichiarazioni ufficiali ostili contro Israele, minacciandolo persino di sanzioni. E’ simbolico che la più nota di queste dichiarazioni fu fatta proprio a Venezia nel 1980. In essa, l’Europa aveva tentato di imporre la sua forza inesistente su Israele per rabbonire gli arabi. Nel riconoscere il diritto degli arabi palestinesi a una patria, la dichiarazione di Venezia aveva indebolito la posizione del Regno di Giordania, che allora era ancora il rappresentante legale del popolo palestinese: il fatto che gli europei “avevano semplicemente dimenticato” di menzionare la Giordania, che era stato un loro fidato alleato, venne giudicato come una delegittimazione. Con la dichiarazione di Venezia, continua Segre, l’Europa aveva premiato il terrorismo dell’OLP quando nello stesso tempo l’OLP si era rifiutata di accettare l’esistenza di Israele. Più tardi, gli europei non hanno sostenuto l’unico evento di pacificazione in Medio Oriente, gli accordi di Camp David.

Segre ha parole di diffidenza verso l’Europa ancora più forti: “Sembra che l’Europa non abbia rinunciato a certi aspetti della sua politica che ricordano Shylock. Esige da Israele una libbra di carne sotto forma di concessioni territoriali, senza prestare alcuna attenzione al danno che potrebbero arrecare al corpo intero, poichè riguardano le capacità della stessa difesa di Israele. Insistere su concessioni unilaterali, dopo l’esperienza jugoslava, sarebbe comico se non fosse invece così tragico.” La terza tendenza, secondo Segre, è ancora più difficile da definire. Riguarda la religione, l’etica e la morale, ed è collegata a ciò che chiama “il dilemma machiavellico”. Machiavelli diceva che un principe cristiano è una contraddizione: uno o è un principe o è un cristiano. Israele non può risolvere questo dilemma per l’Europa cristiana, ma nonostante ciò Segre vede uno spiraglio. “Forse Israele potrebbe offrire qualche suggerimento. Uno potrebbe essere quello di invitare gli europei a seguire con una certa dose di umiltà gli sforzi di un piccolo Stato, che sta affrontando il problema di come tornare alle sue sacre tradizioni, senza buttare alle ortiche la modernizzazione occidentale, di cui gli ebrei sono stati i principali promotori negli ultimi 150 anni. Basti pensare a Einstein, Freud e Marx.” “Questo non è solo un problema israeliano. E’ anche una questione di vitale importanza per l’Europa e non solo, visto che è un problema che condividiamo con gli arabi. Sono gli arabi che devono affrontare la sfida di come modernizzarsi rapidamente, senza rompere con le loro tradizioni molto forti. In quest’area, l’Europa potrebbe contribuire a esplorare nuovi percorsi che potrebbero condurre a una reciproca comprensione.”

Solo di recente l’Europa ha superato le guerre di religione e gli odi nazionalistici, che per secoli hanno riempito di sangue i suoi fiumi. Se gli europei volessero dare un vero e proprio contributo per una pace stabile in Medio Oriente, potrebbero ricavare alcuni elementi utili dalla propria esperienza. Entrambe le parti potrebbero trarre vantaggio attraverso lo sviluppo d’istituzioni di mercato regionale, suggerisce Segre. Si potrebbe dare un trattamento preferenziale – tra cui la piena adesione alla CEE – sia per Israele che per i palestinesi a condizione che essi cooperino in settori specifici quali l’energia, l’acqua, la scienza e l’economia. Innanzitutto la CEE dovrebbe considerarsi come un’organizzazione veramente internazionale, che sostituisce i vecchi Asburgo d’Europa, gli zar e persino l’impero ottomano, come una struttura economica in grado di aiutare le molte tribù a trovare accordi e stimoli di cooperazione al fine di trovare il giusto equilibrio tra tradizioni e modernizzazione. Sembra difficile, ammette Segre. Di certo sarà meno eccitante per i giornalisti di stampa e TV di quel che succede oggi. Ma è sicuramente un percorso civile per compensare tutti i danni che l’Europa ha causato a Israele in passato e per creare uno spazio in cui i due antagonisti possano lavorare domani insieme. Ci sono tradizioni migliori in Europa, insiste Segre, di quelle dei Domenicani che bruciavano il Talmud, o di Napoleone che volle civilizzare l’Egitto e proclamare uno Stato Ebraico solo per rifornire più facilmente il proprio esercito. Il messaggio dell’Europa, dice, dovrebbe essere quello di Erasmo da Rotterdam, che si può riassumere così: “Razionalismo, compassione, moderazione e autocritica, tutte cose che in Europa sono diventate decisamente scarse.”

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